sabato 23 agosto 2025

Positività ai cannabinoidi e patenti restituite, intervista all'avvocato Jacopo Evangelista


Il caso del motociclista coinvolto in un incidente nell’Astigiano, che ha ottenuto la restituzione della patente nonostante la positività ai cannabinoidi, sta accendendo un acceso dibattito in tutta Italia. Questo episodio mette in luce alcune contraddizioni e criticità del nuovo codice della strada, entrato in vigore a inizio 2025 per volere del ministro Matteo Salvini.

Cosa è successo? 

Il motociclista, parte lesa in un incidente, è risultato positivo ai cannabinoidi in seguito a esami di routine.

In base alle nuove norme, la sua patente è stata immediatamente revocata, anche in assenza di evidenze sull'effettiva alterazione al momento della guida.

Tuttavia, ulteriori accertamenti medici hanno dimostrato che non era sotto l’effetto attivo della sostanza al momento del sinistro.

Il suo avvocato, Jacopo Evangelista, ha impugnato il provvedimento prefettizio, ottenendo la restituzione temporanea della patente.

L'udienza definitiva davanti al giudice di pace è fissata per marzo 2026.

Il nodo normativo

La nuova normativa prevede che:

-basta la positività ai cannabinoidi per far scattare la revoca della patente;

-non serve più dimostrare lo stato di alterazione alla guida.

Tuttavia, una circolare ministeriale di maggio 2025 – che ha valore interpretativo ma non normativo – sembra correggere il tiro, affermando che la sanzione è legittima solo se è dimostrabile che la sostanza sia stata assunta in un periodo compatibile con la guida.

Si torna dunque a considerare la prova dell’alterazione psicofisica come elemento necessario.

Le implicazioni

Questo caso:

- è il secondo di questo tipo da quando è in vigore il nuovo codice;

- potrebbe fare giurisprudenza e spingere verso una revisione normativa, soprattutto se la Corte Costituzionale dovesse dichiarare illegittima la norma;

- riporta al centro la tensione tra sicurezza stradale e diritti individuali, soprattutto in un momento in cui cresce il consumo terapeutico o ricreativo (sebbene non legalizzato) della cannabis.

I punti controversi

I cannabinoidi rimangono nel sangue per giorni o settimane, anche se non producono effetti psicoattivi nel momento dell’analisi.

Punire un guidatore non alterato, solo sulla base di una positività, rischia di ledere il principio di proporzionalità della pena.

Allo stesso tempo, c'è il rischio opposto: che senza un quadro chiaro, si vanifichino le misure di prevenzione contro chi guida realmente sotto effetto di sostanze.

Cosa aspettarsi ora?

Il caso sarà oggetto di esame giuridico approfondito nel 2026.

Il pronunciamento della Corte Costituzionale potrebbe essere decisivo.

La discussione politica e sociale è destinata a intensificarsi, soprattutto tra chi invoca una linea dura sulla sicurezza e chi chiede una normativa più equilibrata e scientificamente fondata.

Questo caso, che ha suscitato molto dibattito in Italia, si inserisce in un contesto normativo nuovo e controverso: il Codice della Strada 2025, voluto dal ministro Matteo Salvini, che ha introdotto il ritiro automatico della patente in caso di positività ai cannabinoidi, anche senza la necessità di provare uno stato di alterazione psicofisica al momento della guida.

Il provvedimento, che è stato impugnato dall'avvocato Evangelista, solleva interrogativi importanti riguardo alla proporzionalità delle sanzioni e al rispetto dei diritti individuali in un contesto di crescente attenzione sulla sicurezza stradale.

Abbiamo intervistato in esclusiva l'avvocato Jacopo Evangelista, il legale che ha ottenuto la restituzione della patente per il motociclista coinvolto in un incidente stradale nell'astigiano, nonostante fosse risultato positivo alla cannabis. Con lui abbiamo discusso di questo caso che potrebbe fare giurisprudenza, delle criticità della norma vigente e delle prospettive per una maggiore chiarezza giuridica sulla guida sotto l'effetto di sostanze. Un'opportunità per riflettere sulla bilancia tra sicurezza e libertà individuale nel nostro ordinamento.



Avvocato Jacopo Evangelista



Avvocato Evangelista, la nuova normativa prevede il ritiro automatico della patente in caso di positività ai cannabinoidi, anche senza prova dello stato di alterazione. Quali sono, secondo lei, le principali criticità giuridiche di questa impostazione?

La nuova normativa stigmatizza una gamma di situazioni del tutto neutre rispetto al bene giuridico tutelato. L’eliminazione del requisito dell’alterazione psico-fisica trasforma la contravvenzione in un reato di pericolo astratto, basata sull’automatismo tra assunzione e maggiore pericolosità alla guida.

Si tratta tuttavia di una presunzione che non tiene conto della distanza temporale dell’assunzione rispetto al controllo, nonché delle modalità e delle ragioni dell'assunzione e della sua incidenza concreta rispetto alla guida.

Così facendo si giunge a un’equiparazione tra condotte meritevoli di sanzione (poiché realmente idonee a ledere il bene giuridico tutelato dalla norma, come la guida in effettiva alterazione psico-motoria), rispetto ad altre del tutto neutre rispetto alla finalità di tutela della fattispecie contravvenzionale (quale l’assunzione di sostanza stupefacente o psicotropa diversi giorni prima al momento della guida), ovvero ancora socialmente accettate o accettabili (come l’assunzione di oppiaci a scopo terapeutico).

Si può rilevare altresì un contrasto con il principio di uguaglianza previsto dall’art. 3 Cost.

Come indicato nella memoria del PM e nell’ordinanza del GIP presso il Tribunale di Pordenone, si può individuare una disuguaglianza “esterna”, perché la contravvenzione tratta diversamente il mero assuntore di sostanze stupefacenti rispetto a qualsiasi altro soggetto, anche se non sono presenti elementi che possano far ritenere che la guida del primo concretizzi un pericolo maggiore rispetto a quella del secondo e una disuguaglianza “interna”, in ragione del fatto che l’assoluta irrilevanza del requisito dello “stato di alterazione” determina l’applicazione della sanzione, tanto a chi si pone alla guida in effettivo stato di alterazione, quanto a chi sia invece fisicamente idoneo a guidare un autoveicolo.


Nel caso specifico del motociclista che ha assistito, quali elementi hanno permesso di dimostrare che non era in stato di alterazione al momento dell’incidente?

Il ricorrente, oltre ad essere stato vittima del sinistro stradale dal quale ha riportato gravi lesioni (tra cui la frattura del polso), si è sottoposto senza alcuna riserva agli accertamenti medico-legali, dai quali è emerso che egli risultava perfettamente lucido e non in stato di alterazione, circostanza espressamente attestata dal sanitario che ha eseguito gli esami.


La circolare del Ministero degli Interni di maggio 2025 ha influito in qualche modo sulla strategia difensiva e sull’esito favorevole del ricorso?

Nel caso di specie, la circolare non risultava ancora pubblicata. In ogni caso, essa si propone di individuare criteri utili a stabilire la prossimità temporale tra l’assunzione della sostanza stupefacente e il successivo accertamento medico. È evidente, infatti, che quanto più l’assunzione risulti ravvicinata al momento dell’accertamento, tanto maggiore sarà la probabilità che essa abbia determinato uno stato di alterazione.


Ritiene che la norma attuale possa reggere a un eventuale vaglio della Corte Costituzionale, oppure ci sono margini per una sua revisione in senso più garantista?

Ritengo che la norma possa trovare applicazione solo qualora la Corte Costituzionale ne fornisca un’interpretazione adeguatrice, in base alla quale, al di là del dato letterale, sia sempre necessario accertare l’effettivo stato di alterazione del soggetto. Tale accertamento può essere condotto anche attraverso parametri scientifici, quali la tipologia di esame effettuato (sul capello o sul sangue) e la quantità di principio attivo rilevata nell’organismo.


Questo caso sta facendo discutere e potrebbe aprire la strada ad altri ricorsi simili. Pensa che si stia andando verso una giurisprudenza più equilibrata tra sicurezza e diritti individuali, oppure serve un intervento normativo più chiaro?

Ritengo che sul tema sia necessaria maggiore chiarezza, poiché l’attuale disciplina, oltre a congestionare le aule di giustizia, rischia di compromettere i diritti dei consociati, incidendo in maniera diretta e particolarmente invasiva sulla loro vita quotidiana.
Si pensi, ad esempio, all’assunzione di psicofarmaci prescritti dal medico o all’assunzione di sostanze stupefacenti avvenuta in un tempo remoto: in simili ipotesi, la sospensione della patente può avere ricadute pesantissime sulla vita dei soggetti interessati, soprattutto sotto il profilo lavorativo.
A mio avviso, si tratta di un provvedimento di natura meramente “bandiera”, che non affronta in modo organico la materia e che, proprio per questa ragione, sta generando le disfunzioni oggi evidenti.
Non siamo di fronte a mere astrazioni giuridiche: simili interventi normativi hanno effetti concreti e talvolta devastanti, come la perdita di un posto di lavoro, il mancato rinnovo di un contratto, o l’impossibilità di frequentare corsi di formazione, senza che vi sia stato, in realtà, un effettivo pericolo per il bene giuridico tutelato, che resta comunque di primaria importanza.

  ©DeniseInguanta









Nessun commento:

Posta un commento