In un'epoca in cui l'arte contemporanea sembra oscillare costantemente tra la ricerca della spettacolarità e la necessità di giustificarsi attraverso apparati teorici sempre più complessi, esistono artisti che scelgono una strada differente, meno allineata alle logiche del sistema e, proprio per questo, più capace di lasciare un segno duraturo. Mario Vespasiani appartiene a questa categoria. La mostra Cantami o Musa, allestita contemporaneamente negli spazi di Palazzo Kursaal, del Museo Fazzini e del Museo dell'Illustrazione Contemporanea di Grottammare, sino al 2 agosto, non rappresenta semplicemente una nuova tappa del suo percorso, ma offre l'occasione per riflettere su una figura che, nel panorama italiano, occupa una posizione singolare e difficilmente assimilabile alle categorie con cui siamo abituati a leggere l'arte del presente. Non tanto perché la sua pittura continui a rinnovarsi sul piano tecnico, iconografico e linguistico, quanto perché tutta la sua opera appare costruita intorno a un'idea ormai rara: quella dell'arte come forma di conoscenza, come luogo in cui immagini, musica, poesia, filosofia e memoria non costituiscono territori separati ma parti di un'unica esperienza intellettuale.