mercoledì 14 gennaio 2026

"Come si prepara un popolo a morire per il profitto" di Antonio Evangelista

Ci sono frasi che non andrebbero mai pronunciate da chi indossa una divisa. Non perché siano segrete, ma perché rivelano, senza volerlo, la vera natura del tempo in cui viviamo e l’ignoranza della Storia che si pretende di chiamare a testimone.

«Il 40 per cento degli italiani è pacifista. Il 25 per cento pagherebbe dei mercenari. Il 20 per cento scapperebbe. Resta un 15 per cento disposto a sacrificarsi per il Paese. È un dato scoraggiante.»

Lo ha detto il generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano.

Scoraggiante per chi? Per la pace o per la guerra? Per i cittadini o per chi li vorrebbe al fronte?

La sua è stata presentata come una “lezione motivazionale”, in realtà è molto di più: è un pezzo di un dispositivo culturale preciso. Si tratta di un programma, di strategia, di una operazione di rieducazione.

L’obiettivo non è spiegare la guerra, è renderla di nuovo normale, accettabile. Persino desiderabile.

Perché una guerra, per funzionare, non ha bisogno solo di armi, ha bisogno di corpi. E soprattutto ha bisogno che quei corpi non facciano domande.

Il generale Masiello si dice turbato dal fatto che “in cento anni abbiamo dimenticato cos’è la patria”. Ma forse basterebbe ricordare cosa sono state davvero le due guerre mondiali.

Basterebbe rileggere, o leggere, La grande guerra di classe, dello storico Jacques R. Pauwels dedicato alla Prima guerra mondiale. La retorica che la propaganda utilizzò per far presa sul proletariato e convincerlo della necessità di una guerra giusta è poco diversa da quella degli ultimi 25-30 anni, che ci ha spacciato via via come necessarie o umanitarie le aggressioni militari ai danni della Jugoslavia, dell’Irak, della Siria e dell’Afghanistan, ecc.

Allora in pochi percepirono che il primo conflitto mondiale mirava a ridurre al silenzio i nemici del militarismo e dell’imperialismo, poiché tutti vi intravedevano la possibilità di trarre dei vantaggi dal punto di vista economico, silenziando al contempo l’internazionale socialista che guardava alla Russia.

La Prima Guerra Mondiale non è stata un’epopea patriottica, è stata una carneficina che ha lasciato decine di milioni di morti tra civili e soldati.

La Seconda Guerra Mondiale è stata ancora peggio: 50–70 milioni di morti. Con i civili come principali bersagli. E anche qui centinaia di migliaia di italiani sacrificati. Nobili, banchieri e industriali fecero affari d’oro come non mai.

Se oggi l’85% dei giovani italiani rifiuta la guerra, come certifica l’ISTAT, forse non è perché ha “dimenticato la patria”, ma perché la ‘patria’ si è dimenticata di loro, e non da ieri. La patria, per loro, è diventata una fossa comune dove sotterrare speranza, futuro, famiglia e tutti quei valori che si pretende di infondere proprio da parte di chi di quei valori si fa scudo, piegandoli alla convenienza del momento. Ora si vorrebbe sacrificare anche le loro vite?! Per chi? L’Italia… No! Per un Paese dove Caino ha ucciso nel 2014 15mila volte Abele, con il supporto di USA e Gran Bretagna principalmente.

Ed è qui che entra in scena il nuovo catechismo bellico, figlio di quella retorica che recita «Hanno donato la loro vita per noi… la libertà… l’umanità!». Ammonisce lo storico Pawuels: «Se i morti di questa guerra [I grande guerra ndr] potessero uscire dalle loro tombe, come romperebbero questi monumenti di ipocrita pietà, perché proprio chi volle costruirli li sacrificò senza alcuna pietà

Ecco allora che l’articolo 11 della Costituzione diventa un fastidio imbarazzante… per loro. Un intralcio. Un residuato di civiltà.

Qui la fiaba finisce e comincia il conto economico. Perché la guerra non è un sacrificio collettivo, è un affare privato. I costi sono pubblici, ma i profitti sono privatizzati.

Lo sapeva già Smedley Butler, il generale più decorato dei Marines, quando scrisse: «… Sono stato un camorrista, un gangster del capitalismo. Nel 1914 ho aiutato a mettere in sicurezza il Messico e soprattutto Tampico per gli interessi petroliferi degli Stati Uniti. Ho contribuito a rendere Haiti e Cuba dei luoghi decenti per i tipi della National City Bank. E per aiutarli ad arricchirsi ho contribuito allo stupro di una mezza dozzina di Repubbliche dell’America Centrale a beneficio di Wall Street. …»

E lo sapevano i banchieri che finanziarono Hitler e Mussolini. E lo sanno oggi i produttori di armi. E lo sanno quei politici foraggiati per alimentare la propaganda bellica. La guerra non è un destino, è una macchina per far soldi.


Quando la propaganda prende il posto della storia

Il problema non è che gli italiani “non vogliono più combattere”. Il problema è che ricordano e, nonostante ‘grande fratello e isola dei famosi’, sono più svegli di quanto si creda.

Ricordano che la Prima Guerra Mondiale non fu una prova di virilità nazionale, ma una macelleria industriale: uomini mandati all’assalto come carne da cannone, è chi non obbediva era abbattuto sul posto in trincea. Ricordano che la Seconda Guerra Mondiale fu un sacrificio umano ancora più vasto, con città rase al suolo, bombardamenti sui civili, deportazioni, fame, distruzione. E ricordano soprattutto una cosa: chi è morto non era chi la guerra l’aveva decisa.

Allora, 1914-1918, gli ufficiali superiori – tutti d’estrazione nobiliare – consideravano di poco valore la vita dei plebei al punto che in alcuni casi ufficiali di artiglieria avevano rifiutato di appoggiare la fanteria, i contadini, per non sprecare bombe e cannoni1.

Questa è la verità che non si può dire in una “lezione motivazionale”.

Dietro ogni discorso sull’onore, la patria e il sacrificio, c’è un meccanismo molto più semplice. Le guerre moderne non nascono per necessità morale. Nascono perché qualcuno le finanzia. E qualcuno ci guadagna.

I costi sono pubblici: sanità per i feriti, pensioni per i mutilati, ricostruzione, debito, inflazione.

I profitti sono privati: industrie belliche, fondi d’investimento, banche, gruppi energetici, contractor militari.

Le menzogne sono per tutti: per parte della classe politica infedele e per quella minoranza che possiede la maggioranza della ricchezza totale; per i morti e per i sopravvissuti che fingono, anche inconsapevoli, di essere bastioni di virtù, quella virtù invocata per tradire il popolo mandato a combattere guerre che non gli appartengono.

Il cortocircuito politico

Ed è qui che la politica smette di essere rappresentanza e diventa intermediazione. Le stesse aziende che producono armi e armamenti finanziano, sponsorizzano, contribuiscono a eventi e soggetti favorevoli alla guerra per assicurarsi un mercato lucrosissimo, criminalizzando il dissenso e ridicolizzando il pacifismo.

Perché una società in pace fa domande e una società in guerra ubbidisce. In pace chiedi: salari, diritti, servizi, sanità, scuola. In guerra chiedi: sicurezza, protezione, vendetta, e chi governa può smettere di spiegare e iniziare a comandare.


Ecco perché oggi non basta più avere eserciti. Serve rieducare la popolazione e abituarla alle armi in piazza, ai soldati nelle scuole, alle esercitazioni, alla propaganda.

Non per difenderla ma per renderla disponibile.


LA SENTENZA

Come ho scritto nel mio saggio “Mediterraneo stesso sangue, stesso fango” – poi romanzato in WAR STREET, L’INGANNO DEMOKRATICO 4Punte edizioni – un secolo fa, il generale dei Marines più decorato della storia americana, Smedley Butler, ebbe il coraggio di dire ciò che oggi nessun generale in servizio può permettersi: «Sono stato un gangster del capitalismo. Ho fatto racket per Wall Street su tre continenti.»

Non parlava per ideologia, parlava per esperienza diretta. Aveva guidato spedizioni militari in America Latina, nei Caraibi, in Asia. Aveva visto cosa c’è dietro le bandiere, dietro gli inni, dietro le parole “libertà” e “sicurezza”: contratti, concessioni, miniere, oleodotti, banche, dividendi.

Nulla è cambiato. Sono cambiati i nomi delle operazioni, le divise, i comunicati stampa. Ma il meccanismo è lo stesso.

La guerra viene presentata come “inevitabile”, ma è programmata. Viene presentata come “necessaria”, ma è conveniente. Viene presentata come “morale”, ma è contabile. E mentre generali e politici, non molti per la verità, straparlano di onore, deterrenza e valori, qualcuno — molto più in alto — fa i conti. Il risultato è sempre lo stesso: gioventù al fronte, bilanci in crescita e una popolazione addestrata a chiamare “dovere” ciò che è sfruttamento.

E se oggi molti giovani non vogliono più partire, se rifiutano le armi, se non credono alle fanfare, non è perché “hanno dimenticato la patria” ma è perché hanno capito che quella patria è stata uccisa anni fa proprio da coloro che oggi pretendono di proteggerla, ma con la vita altrui.

Intanto la deputata Lidia Quartapelle, partito democratico, apre alle truppe europee in Ucraina, mentre il presidente del Consiglio auspica, finalmente, che l’Unione Europea parli alla Russia.

1 LA GRANDE GUERRA DI CLASSE di Jacques Pauwels, Zambon editore 2017



Antonio Evangelista

Analista geopolitico, esperto di crimine organizzato transnazionale e terrorismo internazionale. Una vita dedicata alla giustizia, in Italia e all’estero, che inizia con una laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma e prosegue con una carriera internazionale nell'antiterrorismo. Tra i ruoli ricoperti: dirigente della Squadra Mobile e della Digos ad Asti, comandante della missione di polizia italiana in Kosovo sotto l’egida delle Nazioni Unite, consulente per la Direzione di polizia dell’Entità serba della Bosnia ed Erzegovina nel contesto della missione europea EUPM, dirigente dell’Interpol al Servizio Cooperazione Internazionale di Polizia, prima a Roma e infine ad Amman. È noto per aver intercettato e isolato, nell’ottobre 2015, un tweet premonitore sui preparativi dello Stato Islamico per colpire Parigi il mese seguente. È autore, inoltre, di vari libri basati sulle sue esperienze investigative, tra cui "Madrasse – Piccoli martiri crescono tra Balcani ed Europa""Mediterraneo. Stesso sangue, stesso fango""WAR Street - L'inganno demokratico".


Ringraziamo Antonio Evangelista per avere affidato le sue parole a "Lettera D".














Per maggiori informazioni di seguito alcuni articoli riguardanti Antonio Evangelista e i suoi libri.


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