Trump non è l’anomalia: è la verità americana senza maschera
Donald Trump non è una deviazione della storia statunitense, è la sua sintesi brutale.
Lo scandalo non è il suo desiderio di “prendersi” la Groenlandia, come se il pianeta fosse ancora una mappa coloniale dell’Ottocento, lo scandalo è che qualcuno finga di stupirsi. Trump non fa altro che dire ad alta voce ciò che gli Stati Uniti hanno sempre praticato sottovoce: voglio, posso, comando.
La differenza rispetto ai suoi predecessori non è nella sostanza, ma nello stile. Obama, Bush, Clinton, Biden hanno costruito narrazioni. Trump no. Loro avevano bisogno di un nemico da inventare o ingigantire – la Jugoslavia da smembrare, la Libia da “liberare”, la Siria da devastare per procura, la Russia da demonizzare, la Cina da contenere. Trump, invece, salta il passaggio intermedio: non gli serve il nemico, gli basta l’obiettivo.
La Groenlandia non è una provocazione, è una dichiarazione di metodo. E comunque giova ricordare in questa sede che la Danimarca ha riconosciuto, a suo tempo, la Repubblica del Kosovo come indipendente, dopo aver partecipato attivamente al bombardamento NATO contro la Jugoslavia (guerra del Kosovo) nel 1999, dispiegando i suoi aerei da combattimento. Quando si dice il Karma!
La Danimarca si è divertita a sganciare bombe sui serbi con lo ‘sceriffo’ USA e magari domani potrebbero godere dello stesso tipo di intervento demokratico.
Lo sceriffo e il Far West globale
Trump si comporta come lo sceriffo di un Far West globale che gli Stati Uniti hanno creato e governato per decenni. Un mondo in cui la forza precede il diritto, e il diritto arriva solo dopo, a giustificare la forza. Se arriva.
Gli Stati Uniti sono questa roba qui. Prima lo sterminio dei nativi americani, cancellati perché d’intralcio all’espansione. Poi la tratta degli schiavi africani, ridotti a merce per costruire ricchezza. Poi l’imperialismo economico, militare, finanziario. Cambiano i secoli, non la postura.
Le guerre degli ultimi trent’anni – Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Balcani – non sono errori. Sono investimenti. Producono instabilità, e l’instabilità produce profitto: armi, ricostruzioni, debito, controllo delle risorse, egemonia monetaria. Trump questo lo sa. E non perde tempo a fingere il contrario.
L’Europa: nani politici, cortigiani imbarazzati
Di fronte a questo sceriffo ‘incontinente’, l’Unione Europea appare per ciò che è diventata: un condominio litigioso senza amministratore, popolato da leader di corto respiro, prigionieri di interessi di bottega e carriera personale.
Un’Europa senza politica estera, senza difesa, senza visione. Un’Europa che predica valori ma pratica convenienze. Un’Europa che si indigna a parole e obbedisce nei fatti.
Per anni la corte europea è rimasta muta mentre si bombardavano altri Paesi, si saccheggiavano risorse, si destabilizzavano intere regioni. Andava bene così: il prezzo non lo pagavamo noi, o almeno così si credeva. Oggi, però, quando il nuovo sceriffo non si cura più delle apparenze, la stessa corte arrossisce, balbetta, si dice “preoccupata”.
Ma è una preoccupazione tardiva e ipocrita.
Trump tratta l’Europa esattamente come l’Europa ha accettato di essere trattata: un vassallo ben vestito, utile quando serve, sacrificabile quando intralcia.
Trump non è il problema. Trump è il momento in cui la maschera cade. È il punto in cui l’ipocrisia occidentale non regge più la scenografia.
Non parla di democrazia da esportare, perché sa che non ha mai funzionato. Non parla di diritti umani, perché sa che sono stati usati selettivamente. Parla di affari, di territori, di potenza. E lo fa senza vergogna.
Per questo spaventa. Non perché sia più pericoloso dei suoi predecessori, ma perché è più ‘onesto’ nella sua brutalità.
Il problema vero non è Trump che vuole la Groenlandia. Il problema è un’Europa che non sa nemmeno più cosa vuole di sé stessa.
E
nel mondo che viene, quello in cui contano solo forza, risorse e
determinazione, i nani politici non sopravvivono.
Vengono
spostati, calpestati.
Chi oggi si scandalizza per Trump farebbe bene a ripassare la storia. Non quella edulcorata dei manuali scolastici, ma quella documentata, sporca, reale. Quella che ho narrato in Mediterraneo, stesso sangue stesso fango, poi romanzato in WAR STREET, l’inganno demokratico, pubblicato da 4punte edizioni.
Hanno vinto, forse non hanno mai perso, gli adoratori del vitello d'oro: l'idolatria ha corrotto lo spirito e nutrito il tradimento. Per citare WAR STREET… “Una cattedrale al «Dio Denaro». Venerazione che sacrificava onore e dignità. Religione mondiale devota al potere fine a se stesso. Un credo con propri ministri e riti. Le immagini sacre? Banconote, titoli di stato e monete. Le reliquie? Lingotti d’ogni età e forma. Le cassette di sicurezza come tabernacoli nei templi.”
Già durante la Seconda guerra mondiale, mentre l’Europa bruciava e il nazismo mostrava il suo volto più feroce, una parte decisiva dell’élite industriale e finanziaria occidentale continuava a fare affari con il Terzo Reich. Non per errore, non per ingenuità, ma per profitto.
Allora Prescott Bush, nonno e padre dei due presidenti USA, Ford, DuPont, Standard Oil, IG Farben e altri colossi dell’industria e della finanza intrecciarono relazioni economiche con la Germania hitleriana anche quando la guerra era ormai una realtà conclamata. Il nemico ufficiale sul campo di battaglia era, contemporaneamente, un partner commerciale nei Consigli di amministrazione.
Standard
Oil forniva carburanti e brevetti strategici.
DuPont alimentava
l’industria chimica e bellica.
IG Farben – colonna portante
dell’apparato industriale nazista – era parte di un sistema di
interdipendenze che attraversava l’Atlantico.
Ford produceva
mezzi per la Wehrmacht, mentre in pubblico si celebrava la lotta al
totalitarismo.
La guerra non ha mai interrotto il flusso degli affari: li ha solo resi più opachi. Il Mediterraneo, già allora, era il mare dove si versava il sangue, mentre altrove si firmavano contratti, coperti dallo ‘stesso fango’.
È da lì che nasce l’ordine mondiale successivo. Non dalla vittoria del Bene sul Male, ma dalla riconversione del potere. Gli stessi interessi, le stesse famiglie, le stesse logiche. Cambia il nemico di turno, cambia il linguaggio, cambia il vestito. La sostanza resta.
Il libro mostra come questo schema si ripeta identico nel dopoguerra, nella Guerra Fredda, nelle crisi mediorientali, nei Balcani, in Libia, in Siria: il Mediterraneo come teatro, le popolazioni come carne da macello, i profitti come costante. Sempre “stesso sangue, stesso fango”.
Trump, allora, non è una rottura, è una semplificazione.
Non costruisce più una narrazione morale perché non ne ha bisogno. Dice apertamente ciò che per decenni è stato praticato dietro le quinte: gli Stati non sono comunità di valori, ma strumenti di potenza al servizio di interessi economici.
La storia non è cambiata, ha solo smesso di fingere.
La continuità della postura occidentale non è un’interpretazione: è un dato storico: durante la Seconda guerra mondiale l’economia e la finanza occidentali non hanno mai realmente rotto con il Terzo Reich, nemmeno quando Hitler era il nemico ufficiale. Nel 1934, Montagu Norman, governatore della Bank of England dal 1920 al 1944, dichiarò apertamente il proprio sostegno alla Germania hitleriana in nome della stabilità finanziaria europea. Norman era legato da rapporti personali e professionali a Hjalmar Schacht, presidente della Reichsbank e ministro dell’Economia del Reich. I due collaborarono per anni, anche dopo l’ascesa di Hitler al potere nel 1933, facilitando flussi finanziari e crediti internazionali verso la Germania nazista.
Non si trattava di deviazioni individuali. Era sistema.
Negli Stati Uniti, Prescott Bush era socio della Brown Brothers Harriman, banca d’affari coinvolta nel finanziamento di industrie tedesche strategiche, tra cui quelle legate al magnate Fritz Thyssen, uno dei principali sostenitori economici di Hitler. Nel 1942, il governo statunitense sequestrò, in base al Trading with the Enemy Act, asset riconducibili a queste operazioni. Troppo tardi, e senza conseguenze strutturali.
Standard Oil of New Jersey (oggi Exxon) mantenne accordi con IG Farben fino allo scoppio della guerra, condividendo brevetti su carburanti sintetici e gomma artificiale, fondamentali per la macchina bellica tedesca. IG Farben, a sua volta, sarà poi riconosciuta come fornitore dello Zyklon B, il gas usato nei campi di sterminio.
Ford Motor Company, attraverso la filiale tedesca Ford-Werke, produsse veicoli per la Wehrmacht fino al 1941, quando gli Stati Uniti entrarono ufficialmente in guerra. Henry Ford, già negli anni Venti, aveva finanziato e diffuso pubblicazioni antisemite lette e apprezzate da Hitler stesso.
DuPont fu parte integrante del complesso chimico-industriale che alimentava tanto l’industria bellica alleata quanto quella dell’Asse, dimostrando come la neutralità economica fosse, nei fatti, una finzione.
Questi elementi, ricostruiti e contestualizzati, dimostrano un punto essenziale: la guerra non ha mai interrotto il capitalismo di potenza, lo ha solo riorientato. Finita la guerra, nessuna epurazione reale. Gli uomini cambiarono ruoli, le aziende cambiarono mercati, i profitti continuarono.
Il Mediterraneo divenne subito dopo il 1945 uno dei principali teatri di questa continuità: decolonizzazione pilotata, colpi di Stato, crisi energetiche, guerre per procura. Sempre gli stessi attori, sempre lo stesso schema.
Alla luce di questa storia documentata, Trump non rappresenta una deriva, rappresenta una semplificazione del linguaggio.
Non
serve più parlare di valori, perché i fatti li hanno smentiti da
decenni.
Non serve più costruire narrazioni morali, perché gli
archivi raccontano altro.
Il vestito cambia: oggi si chiama “America First”, ieri era “difesa del mondo libero”. Domani avrà un altro nome.
A War Street scorre ancora lo ‘Stesso sangue e lo stesso fango”.
E nel frattempo, lo sceriffo, annunciato dal tintinnio degli speroni stretti sugli stivali insanguinati, avanza prepotente verso il ghiaccio del nord.
Forse è tempo di parlare con il presidente della Russia… è non lo dico io, anzi!
Antonio Evangelista
Analista geopolitico, esperto di crimine organizzato transnazionale e terrorismo internazionale. Una vita dedicata alla giustizia, in Italia e all’estero, che inizia con una laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma e prosegue con una carriera internazionale nell'antiterrorismo. Tra i ruoli ricoperti: dirigente della Squadra Mobile e della Digos ad Asti, comandante della missione di polizia italiana in Kosovo sotto l’egida delle Nazioni Unite, consulente per la Direzione di polizia dell’Entità serba della Bosnia ed Erzegovina nel contesto della missione europea EUPM, dirigente dell’Interpol al Servizio Cooperazione Internazionale di Polizia, prima a Roma e infine ad Amman. È noto per aver intercettato e isolato, nell’ottobre 2015, un tweet premonitore sui preparativi dello Stato Islamico per colpire Parigi il mese seguente. È autore, inoltre, di vari libri basati sulle sue esperienze investigative, tra cui "Madrasse – Piccoli martiri crescono tra Balcani ed Europa", "Mediterraneo. Stesso sangue, stesso fango", "WAR Street - L'inganno demokratico".
Ringraziamo Antonio Evangelista per avere affidato le sue parole a "Lettera D".
Per maggiori informazioni su Antonio Evangelista e i suoi libri:


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