martedì 17 febbraio 2026

Dalla zolfara alla saudade: i Boscarino, 400 grottesi e quel filo mai spezzato tra Grotte e il Brasile


Un pomeriggio di febbraio, tra registri ingialliti, memoria familiare e nuove ricerche accademiche, riemerge una pagina dimenticata dell’emigrazione siciliana: quella che nel 1896 portò quasi quattrocento persone da Grotte, nell’Agrigentino, fino alle miniere del Minas Gerais. Oggi a ricostruirla sono uno storico locale, un membro dell'USEF (Unione dei siciliani e famiglie emigrate) che è anche direttore dell'AAIB (Associazione per l’amicizia Italia-Brasile) e un giovane discendente di quegli emigranti.



Nel silenzio di una stanza, in un pomeriggio di febbraio, si intrecciano tre voci e due continenti. Da un lato Grotte, piccolo centro in provincia di Agrigento; dall’altro il Brasile, con le sue città minerarie e la metropoli di Rio de Janeiro. Al centro, una famiglia simbolo: i Boscarino.

La storia parte da lontano, dal 1896, quando Giuseppe Boscarino – appena tredicenne – lascia la Sicilia insieme ai suoi familiari per imbarcarsi a Genova verso Rio de Janeiro. Ventisei giorni di viaggio in terza classe, tra stenti e speranze, lungo una rotta che avrebbe cambiato per sempre il destino di centinaia di grottesi.



L’esodo del 1896: quasi 400 persone in due mesi

A ricostruire con precisione quella partenza di massa è Gianni Lombardo, studioso di storia locale e profondo conoscitore dell’archivio comunale di Grotte. Figlio a sua volta dell’emigrazione – la sua famiglia visse in Svizzera – Lombardo racconta come tutto sia nato dalla catalogazione, negli anni Novanta, dei documenti storici del Comune.

Tra le carte, emergono le richieste di passaporto per il Brasile del 1896. Non solo una notizia tramandata oralmente o riportata in un vecchio fascicoletto socialista dell’epoca, ma prove concrete: nomi, firme, attestazioni di indigenza.

I numeri sono impressionanti per un piccolo centro dell’entroterra siciliano: tra luglio e agosto del 1896 partono 31 famiglie (115 persone) nel primo mese e 65 famiglie (286 persone) nel secondo. In totale quasi 400 individui in appena due mesi. Un esodo.

La causa? La crisi dell’industria zolfifera. Grotte era diventata un centro di manodopera per le miniere di zolfo. Ma con la scoperta di nuovi giacimenti negli Stati Uniti e il conseguente crollo del settore, intere famiglie si ritrovarono senza lavoro. Nei documenti ufficiali, racconta Lombardo, vengono definite “famiglie indigenti”, spesso con tre o quattro figli. L’unica valvola di sfogo era l’emigrazione.

La destinazione principale non fu casuale: lo stato di Minas Gerais, cuore minerario del Brasile, in particolare le città di Ouro Preto e Belo Horizonte.



Dai registri di Grotte alle miniere del Minas Gerais

Qui entra in scena Salvatore Milanese, membro dell'USEF (Unione dei siciliani e famiglie emigrate) e direttore dell'AAIB (Associazione per l’amicizia Italia-Brasile). La sua visita a Grotte segna una svolta. Riceve da Lombardo e dall’amministrazione comunale le copie dei registri con i nomi delle circa 400 persone partite nel 1896, oltre ai nominativi di alcuni discendenti ancora iscritti nei registri comunali per questioni di cittadinanza.

«Era emozionante vedere quei registri scritti con la calligrafia dell’epoca», racconta. Nomi come “Giuseppe Boscarino”, imbarcato verso Belo Horizonte, tornano improvvisamente a vivere.

Con quei documenti Salvatore Milanese, che vive in Brasile, si mette in contatto con le associazioni di Belo Horizonte, capitale del Minas Gerais – uno stato il cui nome stesso richiama le “miniere generali” sfruttate sin dall’epoca coloniale portoghese. A questo punto, spiega, si incrociano le prime tracce: registri portuali di Rio de Janeiro, elenchi delle strutture di accoglienza per emigranti, archivi delle miniere dove molti grottesi trovarono impiego.

Secondo Milanese, è plausibile che fossero famiglie di minatori, trasferite per lavorare nei giacimenti di oro, argento e pietre preziose. Un destino parallelo: dalla zolfara siciliana alle miniere brasiliane.

Ma la ricerca non è semplice. In Brasile molti cognomi sono stati trasformati o “portoghesizzati”. Trovare le famiglie richiede confronti tra registri digitalizzati e documenti italiani. È un lavoro paziente, quasi da detective.



Giuseppe Boscarino: lavoro, famiglia e anarchia

Tra quei nomi spicca Giuseppe Boscarino. Dopo un primo approdo a Rio, la famiglia si stabilisce a Ouro Preto. Giuseppe diventa calzolaio e nel 1903 sposa Antonia Trópia, anche lei originaria di Grotte. Un dettaglio suggestivo: entrambi nati nella stessa via a Grotte, via Garibaldi, a pochi numeri civici di distanza.

La coppia avrà dodici figli. Negli anni Venti si trasferisce definitivamente a Rio de Janeiro, nel quartiere di Penha Circular. Casa e laboratorio coincidono: produzione e vendita diretta di scarpe coinvolgono figli e parenti.

Figura schiva ma centrale, Giuseppe mantiene lingua, abitudini e cucina italiane. I pranzi domenicali diventano un rituale identitario. E c’è anche un tratto politico: simpatie anarchiche, tanto che nel 1907 finisce al centro di un’irruzione di polizia, poi rivelatasi infondata.

Un elemento che colpisce Gianni Lombardo: Grotte, tra fine Ottocento e inizio Novecento, fu terra di anarchici. L’ideologia trasmessa da Giuseppe ai discendenti non sarebbe un’eccezione, ma parte di un humus culturale più ampio.

Giuseppe morirà nel 1975, a 92 anni. Una vita che attraversa due secoli e due continenti.



Rafael Boscarino: identità, studio e ricerca delle radici

Oggi, a raccogliere quella eredità, è Rafael Boscarino. Brasiliano, laureato in Storia, impegnato in un dottorato in Antropologia culturale dedicato proprio all’immigrazione siciliana.

Per lui la storia familiare non è un racconto lontano: è un percorso di auto-comprensione. «La ricerca delle radici – spiega – è importante non solo storicamente, ma per comprendere me stesso».

Alla domanda se la scoperta delle origini italiane lo abbia fatto sentire meno brasiliano, la risposta è netta: no. Anzi, vede una somiglianza tra la Sicilia e il Brasile, terre di mescolanze culturali.

In famiglia restano tracce di italianità: l’etica del lavoro legata alla piccola industria, i racconti, una memoria politica anarchica trasmessa dal bisnonno al padre. Ma molto è stato assorbito dalla cultura brasiliana: samba, bossa nova, chitarra.

Rafael non è mai stato a Grotte. È stato a Roma, a 15 anni, ma la Sicilia resta un luogo da scoprire. Eppure conosce un dettaglio che sembra cucire il tempo: i suoi bisnonni, Giuseppe Boscarino e Antonia Trópia, erano nati nella stessa via Garibaldi di Grotte.



Un progetto per riannodare i fili

L’incontro tra Gianni Lombardo, Salvatore Milanese e Rafael Boscarino non è solo commemorazione. È un progetto. L’idea è rintracciare il maggior numero possibile di discendenti di quei 400 emigranti, organizzare convegni, favorire viaggi di ritorno, magari in periodi simbolici come la Pasqua.

Si guarda anche a iniziative museali e culturali legate all’emigrazione italiana, con l’obiettivo di lasciare segni tangibili nei luoghi di partenza, come targhe o ricordi nelle case da cui partirono le famiglie.

Per Lombardo, a Grotte oggi il ricordo di quell’esodo è quasi scomparso. Nessuno è tornato stabilmente. Non ci sono più testimoni diretti. La memoria rischia l’oblio.

Per Milanese, invece, l’identità è una radice che non può essere trascurata: «Se non ti senti radicato a un’identità che ha costruito i tuoi valori, ti senti perso».

E forse è proprio questo il senso più profondo di quella ricerca di cui si è parlato in un pomeriggio di febbraio: restituire nomi e volti a un esodo dimenticato, e trasformare una storia di miseria e lontananza in un ponte tra Sicilia e Brasile.

Un ponte che, dopo 130 anni, è ancora possibile attraversare... anche con un po' di “saudade”.



Articolo e interviste di ©DeniseInguanta 

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Alberto e Rafael Boscarino con Salvatore Milanese












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